Viviana Cocchi - SVE Mozambico 2008

Inserito il 30/01/2012 alle ore 15:26

Piove. Da ieri sera. Non è una pioggia forte ma è fittissima, proprio quella che riesce a penetrare sotto i vestiti e bagnarti perfino le mutande. Ovviamente per chi ha un campo da coltivare la pioggia è una benedizione (ieri sera mia mamma Evelina mi ha chiesto di invocare gli dei della pioggia affinché oggi piovesse tutto il giorno) e una spesa in meno da calcolare (non c'è bisogno almeno per una settimana di fare la coda ai pozzi per acquistare le taniche d'acqua da portare al campo). Ovviamente per strada ci sono i fiumi di acqua corrente e nelle comunità, dove non c'è asfalto ma solo terra rossa, ci sono laghi e pantani da cui a volte è impossibile uscire puliti! Ieri ero riuscita a trovare tempo alle 6 di mattino per lavare i miei jeans e oggi sono rimasti puliti e asciutti giusto il tempo di fare le scale e mettere un piede fuori casa! Non vi dico poi sulla chapa, solo per lottare cercando di salire, come si sono conciati i miei bellissimi pantaloni....e va beh! Incredibile come anche con la pioggia queste donne riescano ad essere bellissime ed eleganti: stamattina per esempio era seduta di fianco a me una ragazza che si era messa un sacchetto di plastica nero in testa per ripararsi dalla pioggia ed era semplicemente stupenda. Il modo in cui lo aveva fermato sulla sua testa e il modo in cui lo portava la rendeva bellissima, non riuscivo a toglierle gli occhi di dosso e provare in fondo un po' di invidia...

Oggi abbiamo due riunioni importanti: la prima con il movimento MATRAM con la quale la mia associazione, Tinhena, collabora; è un movimento per l'accesso al trattamento contro HIV/Aids in Mozambico. Organizziamo con loro riunioni sulla prevenzione, sulla comunicazione e sull'educazione al mondo dell'Aids; sono discussioni comunitarie a cui possono partecipare tutte le persone della comunità che vogliono discutere dell'argomento, proporre domande, fare richieste, scambiare opinioni, sollevare dubbi. Di solito la maggior parte delle persone che prendono parte a queste riunioni sono donne, che è anche la percentuale più alta di persone coscienti del proprio stato di salute e che vogliono cercare la maniera di convivere con la propria malattia e non essere stigmatizzate. Perché la verità è che quando sei qui e visiti le famiglie, le comunità, ascolti le storie, le domande, le paure, ti rendi conto che l'epidemia dell'Hiv è semplicemente provocata dalla bolla di silenzio che c'è intorno ad essa.

Cercherò di spiegare: la situazione e' paradossale perché c'è una forte campagna informativa sul virus, sulla prevenzione e sui rischi di contagio a livello mediatico (tv, radio, pubblicità stradali, scritte sui muri) e anche una forte presenza di movimenti, organizzazioni e associazioni che lavorano in questo campo, ma allo stesso tempo sono proprio le persone stesse, la maggior parte quelle malate, che tengono il segreto e spesso non vogliono ammettere o semplicemente non vogliono realizzare che sono HIV positive. All'interno degli stessi nuclei familiari c'è una forte componente segreta: il più delle volte riguarda gli uomini, padri che non vogliono ammettere che i propri figli sono malati o mariti che negano la malattia della propria moglie, perché altrimenti sarebbe come affermare che sono stati loro a creare il contagio (c'è una percentuale maggiore di uomini che contagia le donne che viceversa semplicemente per il fatto che non c'è fedeltà del marito nei confronti della moglie o del compagno nei confronti della compagna). Questo silenzio familiare non fa altro che aumentare il contagio e a generare l'epidemia, perché l'AIDS in Africa è una malattia silenziosa, assolutamente culturale e sociale, è un tabù. La vera necessità non è clinica, gli ospedali e le cliniche danno consulenze, fanno il test gratuitamente, danno i medicinali gratuitamente (anche se dispongono solo di 2 linee di medicinali, mentre nel resto del mondo gli ospedali dispongono di 4 linee cioè di medicinali ancora più avanzati ed efficaci, ma ovviamente costosi); la vera necessità è un'informazione sociale, con lo scopo di fare capire che essere Hiv positivo non significa essere marchiato a vita ed eliminato dalla società, non significa che se un padre di famiglia è sieropositivo allora la sua virilità e la sua dignità e il suo orgoglio sono nulli. Assolutamente. Se una donna, madre, sposa, sorella e' sieropositiva non significa che è una prostituta, ma nemmeno che le hanno fatto un feticcio; anche se sieropositiva può essere una buona madre, una buona moglie e un buona sorella, con dignità. Ad aumentare l'alone di tabù che la famiglia mantiene intorno alla malattia, c'è la forte tradizione e cultura dei curandeiros, I medici tradizionali. Tutti in Africa sono stati da piccoli da un curandeiro, tutti: se vedi una persona a petto nudo ti accorgerai che ha una piccola cicatrice in mezzo alla pancia. E' il taglio che il curandeiro fa per mescolare il sangue del bimbo con quello dei genitori. Ovviamente questo contatto sangue sangue, senza la certezza e la prova che non sia infetto, aumenta la possibilità di infezione all'interno della famiglia e con il curandeiro stesso. Inoltre, quando qualcuno in famiglia comincia a sentirsi male, con qualche dolore, la prima visita che si effettua non è all'ospedale, ma dal curandeiro, per cercare di far uscire dal corpo la malattia, il male. Solo che i mezzi utilizzati sono sempre tagli, ferite, intrugli di sangue.....quindi il tasso di contagio cresce, cresce, cresce senza che nessuno lo sappia, e la malattia si propaga, silenziosa, di corpo in corpo, spesso associata con malaria e tubercolosi; non parla, non si fa notare ma procede, colpisce, si fortifica e poi quando è al massimo della sua potenza uccide.

C'è bisogno di rompere questo tabù, di distruggere questo circolo del silenzio e della vergogna, c'è bisogno di un urlo, di una rottura, ma nel rispetto delle tradizioni e della cultura, che è difficile a volte far coincidere. Perché, e mi duole dirlo, spesso la tradizione e' sinonimo di ignoranza. Come far coesistere conoscenza, cultura, tradizioni e apertura? Giro la domanda a voi, che forse da lontano riuscite ad essere più obiettivi e analitici di me, che oramai faccio parte di questa realtà tutti i giorni, che vedo con i miei occhi cosa significa non avere il denaro per poter semplicemente scegliere. Non una vita diversa, ma una possibilità differente. Perché siamo talmente abituati a dare per scontato il nostro potere e diritto (e aggiungerei pure virtù) di scelta che non ci rendiamo conto di quanto sia fondamentale possederlo per vivere. Qui ci sono persone che questo diritto di scelta non ce l'hanno, perché semplicemente non hanno i soldi e le capacità per averlo. Se non hai 5 meticais per prendere la chapa 2 volte al mese per andare all'ospedale e fare analisi e prendere le medicine antiretrovirali, e non hai almeno altri 20 meticais per comprare un pochino di riso e xima per riuscire a riempire lo stomaco in modo da sopportare i medicinali, non hai scelta di vivere. Aspetti che la malattia silenziosamente si prenda tutto il tuo corpo, fino all'ultimo momento, e si mangi i tuoi anticorpi finché, un po' ironicamente, ti lascia morire di un semplice raffreddore o di una stupida tosse.

 

Come riuscire a dare a tutti questo diritto di poter scegliere la vita? Come?

Ora però voglio raccontarvi di questo momento: sono al lavoro, oggi è l'ultimo giorno qui, da lunedì iniziamo in un'altra associazione. Già mi mancano tutti; so che mi mancheranno le risate fragorose di Dona Zita, il cappello in stile zebra africana di Dona Rosa, Dona Maria e la sua piccola Amelia mentre arrivano ogni mattina con il sorriso sulle labbra, Felix che è un uomo fantastico, aperto, culturalmente preparato, sempre disposto a spiegare, a sollevare domande, dare risposte, creare dibattiti interessantissimi, colui che è stato il nostro mentore, colui che quando ha fame non ha amici! E poi Castigo, che pazzo, Castigo! 3 mogli e 9 figli, 60 anni ma portati alla grande, Hiv positivo, musicista (tromba, piano, chitarra, percussioni), insegnante e grande cuoco! Oggi io e Gilbert abbiamo comprato pesce, pollo, farina per fare xima e pomodori, cipolla e aguacate per fare la guacamole e ci siamo messi tutti a cucinare, per la despedida, per condividere questo momento finale insieme e ringraziarci a vicenda del lavoro svolto, dei momenti passati. Forse torneremo qui ad agosto, per le ultime due settimane. Io farò di tutto per tornare perché queste persone sono veramente grandi: ci hanno accettato come una famiglia, ci hanno fatto entrare nel loro mondo, condividendo i momenti difficili della malattia e i momenti felici, si sono semplicemente aperti a noi. Non è facilissimo che un mozambicano, nero, si apra verso un europeo bianco senza nessuno scopo o fine ultimo... ieri abbiamo cantato, tutti insieme, alla fine della riunione. E' stato toccante e coinvolgente! Ora vado a mangiare... un abbraccio da Tinhena e dalla terra rossa dell'Africa.