Paola Aceto - SVE in Ecuador 2012/13

Inserito il 27/05/2014 alle ore 18:09

 

Jordy è un nome molto comune in Ecuador ma Jordy della classe prima A di Acuarela è tutto fuorché un bambino comune. Ha una corporatura più grande dei suoi compagni e solo dopo un po’ scoprirò che non ha cinque anni, bensì otto. Ha il viso allungato, gli occhi socchiusi o che guardano al cielo, i capelli corti e nerissimi, cammina solo saltellando e spesso scuote la testa con vigore respirando pesantemente ed emettendo dei piccoli urli acuti. In Ecuador i bambini come lui li chiamano “speciali”, una definizione che non mi è mai piaciuta perché mi sembra nascondere l’inadeguatezza del sistema culturale verso la questione.

Il rapporto con Jordy all’inizio è stato complicato. Non è uno dei bambini più difficili della scuola, è un bambino tranquillo e dolce che ha solo dei momenti di irrequietezza, ma il fatto che non parli, che fugga regolarmente dall’aula e che passi gran parte del suo tempo ad emettere vocalizzi ad alta voce che possono distrarre gli altri alunni durante la lezione rende il bambino difficile da gestire per chi lo conosce poco: lui, infatti, si fida solo della sua maestra e segue solo lei. Ma quello che mi rendeva davvero triste era il fatto di non essere capace di instaurare una comunicazione con lui, di non potergli essere di aiuto in nessuna maniera. Mi sentivo non tanto impotente, quanto inutile, un qualcosa di completamente staccato da lui. Non era una bella sensazione: mi sentivo inadeguata e impacciata nei suoi confronti.

Qualche settimana dopo il mio arrivo nella scuola, non so neanche come, successe quello che per me è un piccolo miracolo. Jordy era scappato dall’aula per l’ennesima volta ed io lo stavo richiamando sicura che, come sempre, non mi avrebbe ascoltato. Mi diressi verso di lui senza davvero la convinzione di riuscire a riportarlo in aula e gli dissi meccanicamente: “Jordy, vieni con me, dammi la mano!”. Lui si avvicinò, mi prese la mano e mi seguì in aula. Ero sbalordita ed anche la maestra mi guardava sorpresa e soddisfatta. Non sapevo neanche come l’avevo fatto ma l’avevo fatto: Jordy si fidava di me, mi aveva ascoltato e seguito, si era fatto guidare da me, non gli ero più estranea. Poi cominciò a piangere: è così che comunica quando c’è qualcosa che non va. Il piccolo non sa come farsi capire, non so se qualcuno gli abbia mai insegnato un linguaggio alternativo, così gli strinsi solo la mano, senza dire niente, ma guardandolo come aspettando una risposta. Andavo per tentativi. Lui smise di piangere, mi prese la mano e cominciò a camminare finché fece in modo di appoggiarla sul suo zainetto: aveva fame! Ma non potevo dargli la colazione per rispetto verso gli altri bambini che stavano ancora facendo lezione, così aprii la confezione dei biscotti e gliene diedi uno. Finito il biscotto ricominciò a piangere così gli diedi di nuovo la mano e lui me la portò di nuovo allo zainetto: ah, che furbo! Hai capito che ti do quello che vuoi. Andammo avanti così fino a che mangiò quasi tutti i biscotti, ma proprio sul più bello gli si avvicinò Darío. Jordy allora gli diede uno spintone e cominciò a ridere: è così che si diverte lui, spinge sempre i compagni e si diverte quando questi cadono, non lo fa per cattiveria, ci sono addirittura dei suoi compagni di classe, come Jorge, che stanno al gioco facendosi spintonare e facendo finta di farsi male e questo diverte incredibilmente Jordy. La maestra gli sta insegnando che è un gioco pericoloso, ma qualche volta se lo dimentica. Darío però non è Jorge, e mentre Jordy se la ride l’altro attacca uno dei suoi pianti isterici.

Anche Darío ha un problema di apprendimento ma il suo caso è diverso: ha sei anni (è stato bocciato una volta) e pronuncia pochissime parole, credo che abbia un problema alla lingua, grossa, bianca e con un solco al centro, ma per il resto è sanissimo. Probabilmente ha dei problemi famigliari: la sua maestra mi dice che secondo i genitori Darío è superprotetto e molto viziato, ma quando racconto questa versione alla psicologa di Asa lei mi fa notare che a volte i genitori dicono questo per nascondere proprio problemi di maltrattamento in famiglia e che comunque anche l’essere superprotetti è una sorta di maltrattamento. Ma quello che veramente mi faceva impazzire di Darío era il suo comportamento incontrollabile: quando arrivai era una mina vagante, mentre tutti gli altri lavoravano (è proprio questo il verbo che usiamo il aula) lui andava in giro distruggendo tutti i libri o rubando qualsiasi cosa ai compagni, non ascoltava mai quello che gli si diceva ed ignorava me e la sua maestra in uguale misura, era un capriccio continuo. Picchiava i bambini più piccoli e quando qualcuno alzava le mani su di lui dichiarava: “Darío mi ha picchiato” – “Ma sei tu Darío!” – “Darío mi ha picchiato!”. Niente da fare: la maestra ed io pensavamo che non riuscisse ad avere consapevolezza della sua identità o che avesse dei problemi nell’attribuzione della colpa. Fatto sta che Darío è quello che io non esiterei a definire un miracolo (di nuovo questa parola) dell’educazione scolastica. Sono passati alcuni mesi da quando sono arrivata e ora il bambino non solo sta seduto sulla sua sedia anche se ancora non distingue il colorare dallo scarabocchiare e non sa scrivere il suo nome come fanno gli altri, ma quando gli chiedo gentilmente di fare qualcosa lui lo fa con tranquillità e soprattutto non è più il piccolo terminator che era prima. Sono sconvolta: la determinazione e il lavoro quotidiano di questa incredibile maestra hanno dato i loro frutti e non ho dubbi che Darío riuscirà presto ad esprimersi e a migliorare anche a livello scolastico. Ogni volta che la maestra si abbatte per le mille difficoltà e delusioni che incontra, per il suo sentirsi impotente e sommersa dai mille problemi che la tormentano negli ultimi mesi, le ricordo che Darío ha raggiunto questi risultati solo grazie a lei. Sono in pena per lei: non solo una classe di scalmanati con ben tre bambini con problemi comportamentali e di apprendimento, ma anche diverse vicissitudini personali l’hanno debilitata nel fisico e nell’anima, ma io l’ammiro tanto. È instancabile, è appassionata al suo lavoro tanto che compra un paio di libri su come gestire i problemi di origine neurologica degli alunni e li legge negli scarti di tempo. Per quanto riguarda Darío, nonostante suo padre abbia un’espressione che non mi convince e le manifestazioni d’affetto siano inesistenti anche da parte del figlioletto, non credo abbia problemi di violenza in famiglia, altrimenti sarebbe stato davvero difficile ottenere un miglioramento del genere.

Nel frattempo è arrivata finalmente l’ora della ricreazione e dato che Jordy ha già consumato la sua colazione, può dedicarsi alla sua grande passione: il computer! Siamo insieme in ufficio, da soli, e mentre io preparo delle attività su Word lui tortura la povera tastiera di un PC fuori uso. Adora le tastiere, tanto che la maestra gliene ha portata una da tenere in classe insieme a un vecchio telefono di quelli con la cornetta grande e i tasti morbidi. Metto a posto la cartella con la sua iscrizione e i dati personali che la maestra mi ha prestato per il mio appuntamento con la psicologa alla quale ho chiesto consigli su come comportarmi in aula. Asfissia al momento della nascita, gravissimo ritardo nello sviluppo cognitivo, parziale sordità è la diagnosi. Grande allegria, vorrei aggiungere io! Ai suoi genitori non è stato suggerito di far stare il bambino con “quelli come lui” ma di fargli frequentare una “scuola normale” per bambini “normodotati” perché lui ha bisogno soprattutto di ricevere stimoli. Ma non è solo lui a ricevere stimoli: ne ricevono tutti quelli che gli stanno intorno, soprattutto i suoi piccoli amici. Ora ripenso a quando credevo scioccamente che Jordy potesse “distrarre” i suoi compagni, mentre non consideravo l’immensa ricchezza di averlo vicino, non consideravo quello che lui stesso stava insegnando a tutti.

Mi siedo sulla sedia affianco a Jordy e lui, in piedi, mi prende le mani poi comincia a tirare. Cosa sta facendo? Vuole che mi alzi e quando sono in piedi comincia ad applaudire e ridere di cuore! Poi mi spinge di nuovo sulla sedia e ride ancora di più, mi prende di nuovo le mani e mi fa alzare ancora, e così mille volte mentre continua a ridere a crepapelle. Andiamo avanti con questo gioco per lunghi minuti di gioia pura, non si stanca mai e la sua risata scatenata è una cascata di acqua limpida, ride come solo i bambini di pochi mesi sanno fare, sapete quelle risate senza freni sociali, senza una particolare giustificazione, risate che non lasciano spazio neanche al ricordo di qualcosa di meno bello di un bambino felice? Quand’è che il cucciolo d’uomo smette di ridere così spontaneamente e perché lo fa? Arrivare tanto vicino a livello emotivo ad un bambino che fisicamente sta lì ma la cui mente sembra risiedere su Marte è una sensazione impagabile. Forse sono anch’io su Marte, in fondo, e non si sta male.

Questa risata: vorrei registrarla, vorrei propagarla e moltiplicarla. Vorrei che ogni madre che attraversa un momento difficile la sentisse risuonare nelle orecchie, vorrei che inondasse le corsie d’ospedale, che rompesse le sbarre delle gabbie mentali. Non penso a quanto sarà difficile il futuro del mio piccolo amico, a chi si prederà cura di lui quando sarà grande, penso solo a quanto è facile amare.

Paola Aceto