Nadia Marinelli - SVE in Perù 2010

Inserito il 28/10/2011 alle ore 14:40

Scoprire lati di sé sconosciuti

ARTICOLO: Il Servizio Volontariato Europeo è un’esperienza che consiglio vivamente a chiunque abbia voglia di mettersi in gioco e aprirsi completamente agli altri. Non importa dove né per quanto tempo, è una grande opportunità per scoprire lati di sé sconosciuti e per avvicinarsi a mondi e culture diverse.

Ricordo che era un venerdì pomeriggio quando ho ricevuto la notizia. Squilla il telefono, era l’Afsai: “Complimenti Nadia! Sei stata selezionata per lo SVE in Perù!”. Non potevo crederci. Sinceramente, non avevo nessuna aspettativa né speranza di essere scelta. Avevo tanti dubbi che mi frenavano, ma una chiacchierata con Aurora e poi la decisione: “Va bene, accetto!”. Non riuscivo a realizzare, in meno di un mese sarei stata oltreoceano. È stato sempre il mio sogno conoscere l’America Latina, mi affascina da sempre. E poi erano mesi che mi girava in testa l’idea di fare un’esperienza di volontariato in condizioni estreme. Eravamo due volontarie dall’Italia, io ed Elisabetta. All’aeroporto di Lima ci aspettava una volontaria locale, con i nostri nomi scritti su un cartellone, proprio come nei film. Alcuni giorni nella capitale peruviana e poi l’inizio dell’avventura. Per raggiungere la città di Huánuco, dove avremmo lavorato, ci sono volute dieci ore in autobus, circondate da scenari mozzafiato e a tratti inquietanti, con frane sulla strada che mi portavano a pensare che da un momento all’altro potesse succedere qualcosa. Scese dal bus, ecco gli altri volontari ad accoglierci, Alejandra, Cristina e Miguel, spagnoli che vivevano lì ormai già da tre mesi, e Paola, la coordinatrice peruviana. Mi accompagnano a casa, dove incontro subito Ruddy, il padre della famiglia dove avrei alloggiato, e Camilla, volontaria svedese con cui avrei vissuto, intenta a prepararmi una torta di benvenuto. Dorita, la madre, e i quattro figli, li avrei conosciuti solo dopo qualche giorno e col tempo avrei scoperto che famiglia straordinaria fosse. Ero in stato confusionale, tutti a parlarmi e a darmi mille informazioni. Per fortuna già parlavo lo Spagnolo e, infatti, non ho mai avuto problemi di comunicazione; il sudamericano è un po’ diverso, ma non ho avuto grandi difficoltà. Il giorno dopo inizia il lavoro: mi portano a uno dei tre mercati dove avrei prestato servizio, quello centrale, il Mercado Modelo. All’interno del mercato c’è una piccola stanza adibita a scuola, con un grande tavolo, libri, giochi, un biliardino e tanti disegni e scritte attaccate al muro. Qui incontro i primi bambini, mi salutano con un bacio e mi chiamano “Profesora”. Gli altri volontari avevano preparato una lezione di geografia per quel giorno, un puzzle della mappa del mondo per imparare i continenti e gli oceani. Il pomeriggio vado al Mercado de Puelles, altro mercato sito in uno dei quartieri più poveri della città. Alejandra e Cristina mi anticipano: “Qui i bambini sono diversi, più affettuosi, ti piaceranno!”. Scendo dal mototaxi (il mezzo di trasporto più usato) ed ecco un’ondata di bambini che mi travolge, mi baciano e abbracciano come se mi conoscessero da sempre. “È normale, non preoccuparti!” mi sento dire. Anche qui una stanza ancora più piccola di quella della mattina, con fogli e cartelloni alle pareti. La settimana successiva ho conosciuto il terzo mercato, il Mercado de Paucarbamba, stessa stanzetta, più grande questa volta, e tanti bellissimi bambini.

Inizia così il lavoro che avrei portato avanti. La mattina in un mercato, il pomeriggio in un altro, offrivamo attività a scopo educativo e didattico programmate ogni lunedì in una riunione con la responsabile del progetto Ledi. Qualche settimana dopo il mio arrivo, si aggiunge al gruppo un’altra volontaria svedese, Sanna, e il team è al completo. Non sono mancati viaggi ed escursioni per conoscere il paese che ci stava ospitando. Tra noi volontari si è creata una serena amicizia che ancora continua. La mia host family è stata splendida: persone di una gentilezza e un’ospitalità uniche, da subito mi sono sentita parte della famiglia. I tre mesi sono volati ed era arrivato il momento di andare via. Tra lacrime e “despedidas”, il distacco è stato angosciante. Non è stato facile lasciare quei bambini che dal primo momento ci hanno voluto bene, che vedevano in noi un’evasione alla loro triste realtà, che diventeranno grandi e forse non si ricorderanno di noi. L’addio fa parte dell’avventura, ma la consapevolezza di averla vissuta colma il cuore. I ricordi restano indelebili: in un paese dai paesaggi affascinanti, con una cultura misteriosa di cui è impregnata qualsiasi cosa e una “mezcla” di colori e suoni, rimangono impressi nella memoria i sorrisi dei bambini, i loro occhi ingenui e spensierati, i gesti di affetto verso i “gringos” dal colore della pelle diverso, che li adorano e che non si dimenticheranno mai di loro