Marcello Viola - SVE Indonesia 2011

Inserito il 28/10/2011 alle ore 14:42

Terima Kasih Indonesia

Il mio SVE mi ha portato per la prima volta nella mia vita ad est del mondo. Sono approdato in Indonesia, nella grande isola di Java, soltanto una tra le 17000 isole dell’arcipelago, ma la più grande e la più densamente popolata.

Il progetto assegnatomi riguardava l’insegnamento della lingua inglese in una scuola elementare islamica, nel piccolo villaggio di Keji, nella provincia di Semarang.

Il villaggio in cui ho vissuto per sei mesi è un luogo in cui convivono circa un migliaio di persone, che se si va a vedere a fondo, costituiscono un’unica complessa rete familiare! Tutti gli abitanti professano la fede islamica, e tranne piccole eccezioni, con una devozione impressionante, per lo meno vista dai miei occhi da fondamentalista laico.

I tempi della giornata sono scanditi dai richiami delle moschee alla preghiera ed in ogni incontro ufficiale o meno che sia si comincia sempre venerando Allah.

Provenendo da una grande città come Roma, il rischio di passare lunghi momenti di noia era reale, ma ero pronto ad affrontarli, conoscendo bene i picchi di massima e minima della curva di adattamento!!

Eppure, devo dire che in 6 mesi non ho sentito così fortemente la mancanza di famiglia, amici e abitudini, non che se ne possa fare a meno.

Se questo è stato possibile, è tutto grazie alla strepitosa accoglienza che è capace di riservarti questa gente. Ho subito sentito addosso un interesse, una fiducia e un affetto offertomi inizialmente in cambio di niente, sena aver ancora dimostrato niente. All’inizio questo ha anche comportato delle attenzioni morbose che possono essere imbarazzanti e difficili da sopportare. Ma con il tempo ci si fa l’abitudine, e fortunatamente sono state inversamente proporzionali al mio spirito di adattamento e iniziativa.

L’apprendimento rapido della lingua locale è stato uno dei punti di forza che mi ha permesso di essere apprezzato più facilmente dalla gente del posto e che mi ha fatto avvicinare a molta di quella gente, sopratutto i miei nuovi numerosi nonni, con i quali durante il primo mese ci si limitava al buongiorno e buonasera e ai numerosi sorrisi sinceri.

Ed inoltre è veramente difficile essere in contesti in cui tutti agli inizi parlano di te, se la ridono, e tu non sai perché!

Il villaggio era poi pieno di bambini, una componente dolcissima di questo posto.

Molti di loro erano anche i miei studenti/amici a scuola.

La difficoltà iniziale è stata quella di provare ad insegnare la lingua inglese..in inglese!!era quasi impossibile farsi capire e mantenere l’attenzione. Così all’inizio mi sono concentrato più sui giochi di gruppo. Dopodiché ho cercato di dare una programmabilità al mio lavoro, ma devo ammettere che è stato un pò difficile. Un pò per la sommarietà e il ritardo di informazioni che mi arrivavano riguardo alla mia scheda settimanale, gli esami di valutazione intermedia e finale, un pò per la mia inesperienza come insegnate, un pò per le numerose festività che sono cadute durante il mio periodo di lavoro, come il lungo mese di ramahdan. Ovviamente quest’ultimo punto  è stato un importante vantaggio dal punto di vista del tempo libero a disposizione per visitare questo paese così ricco sotto l’aspetto naturalistico e culturale.

Nonostante ciò sono molto contento di come ho portato a termine il mio progetto, avendo realizzato anche attività extra-scolastiche  che hanno catturato l’interesse dei ragazzi. In primis, a conclusione di un periodo di allenamenti su un campo dedito al pascolo dei bufali, si è svolto un neo di calcio tra tutte le scuole elementari islamiche del piccolo comune di Ungaran, una cosa non eccezionale dal punto di vista dell’innovazione, ma che non era mai stato fatto nel villaggio, e che ha visto un forte coinvolgimento ed entusiasmo nel momento organizzativo, da parte del management scolastico e di parte della popolazione, senza contare quello delle altre scuole.

Altro momento interessante è stato quello di mettere su una sessione fotografica svolta dagli studenti, in cui hanno cercato di riportare per immagini ciò che li potesse rappresentare..la loro famiglia, la loro scuola, le loro attività, la loro religione, il loro villaggio. Con la partecipazione di una scuola elementare di Roma contattata grazie alla sensibilità di un insegnante di mia conoscenza, abbiamo poi scambiato il nostro materiale raccolto con le foto dei bambini italiani per cercare di cogliere le differenze tra i due Paesi. Infine abbiamo dedicato una giornata ad una videoconferenza Skype con gli stessi ragazzi, per farli conoscere”dal vivo”, dargli l’opportunità di presentarsi, ma sopratutto fargli toccare con mano l’importanza della conoscenza della lingua inglese nell’incontro interculturale.

Prima di lasciare questo posto stupendo ho poi voluto lasciare un ultimo ricordo, chiamando a raduno i miei amici in Italia e chiedendogli di fare delle piccole donazioni di beneficienza. La risposta è stata buona, e grazie al loro contributo ho potuto regalare alla scuola una grossa porzione di materiale nuovo per la libreria e la ludoteca.

Ma sono convinto che sarà molto di più quello che porterò via con me da questa esperienza, rispetto a quello che ho potuto dare. Avrò bisogno di un bagaglio molto più grande per rientrare, quello che la gente di questo posto mi ha potuto insegnare gratuitamente, non è quantificabile. Rispetto, semplicità, correttezza, umiltà e generosità e altruismo sono tutti valori con cui molto spesso dalle nostre parti ci piace riempirci la bocca, ma che poi oltre al termine in sé, non sappiamo valorizzare, e che invece, consapevole che nel dire ciò rischio di cadere nella stessa banale retorica buonista che in questo momento sto demonizzando, questa gente che  non ha niente di più oltre lo stretto necessario, se non di meno, segue come principi fondamentali della propria educazione.