Irene Capozzi - SVE in BOLIVIA - 2012

Inserito il 29/10/2012 alle ore 15:58

 

YANAPANAKU - Bolivia 2012

I fari dell’autobus  riuscivano ad indicare a malapena la strada sterrata, lungo il tratto di montagna che porta da Coroico a Carmen Pampa, a quell’ora di tardo pomeriggio, quando la notte nella regione de Los Yungas è già calata. La fitta vegetazione avvolgeva il mio sguardo mentre le incongruenze della terra battuta rendevano i miei pensieri ancora più sconnessi. Circondata da studenti desiderosi di tornare a casa dopo una lunga giornata, quegli stessi studenti dell’università con cui avrei condiviso i successivi sei mesi, stavo finalmente raggiungendo il “mezzo al nulla” di cui avevo intravisto poche foto e ascoltato alcuni racconti, quella piccola comunità della Bolivia sub-tropicale pullulante di studenti provenienti da tutto il paese, con le loro culture e i loro immaginari così diversificati. Emozionata e desiderosa di mettermi alla prova, di conoscere un mondo fino ad allora solo immaginato e sognato, convinta che anche i più scettici ostilmente contrari alla mia partenza si sarebbero ricreduti, ho mosso i miei primi passi in quel mondo a parte costituito dalla UAC (Universidad Academica Campesina) di Carmen Pampa. Dove alle 23 il tempo si ferma, per poi riprendere alle 6.30 del mattino, solitamente avvolti nella nebbiolina mattutina dei 1700mt, svegliati dal cinguettio degli uccelli misto alla musica proveniente dai dormitori del campus.  Ero una facilitadora voluntaria, o formatrice,  che ci ha messo tanti mesi e parecchi sforzi per sentirsi tale, grazie all’incoraggiamento e alla formazione ricevuta da W.H.Y. Bolivia, associazione che lavora per l’empowerment dei giovani, affinché questi possano promuoversi come agenti di cambio sociale. Apprendimento reciproco, Yanapanaku, questo il nome e l’essenza del mio progetto. E di questo si trattava, di imparare ogni giorno, di rompere barriere, di aprire spazi, di inventarsi occasioni, di farlo insieme, reciprocamente, con gli studenti dell’università, partecipando, integrandosi, stimolando. Immersa nella vita del campus, in breve tempo abituata alla regole di un’università cattolica, mi dimenticavo spesso di come la Bolivia fosse anche altro, là fuori, lontana dalla nostra piccola bolla di sapone, dove si alternavano lezioni, sport, escursioni, ritiri, eventi comunitari, ritmi quotidiani scanditi da pasti condivisi.  Lo sguardo offuscato di chi è andato a dormire troppo tardi per essere al tuo workshop alle 7 di mattina, trasudavano perplessità  e diffidenza, quegli studenti con i quali dovevamo  e volevamo costruire insieme concetti ed esperienze di leadership, autoconoscenza, comunicazione non violenta, interculturalità, integrazione. Ma non erano solo  i workshop a costruire tutto questo, bensì la quotidianità degli incontri, la curiosità che rompe la diffidenza, la conoscenza che abbatte i pregiudizi, la condivisione che lascia il segno. C’è un momento in cui il senso di inadeguatezza scompare lasciandoti godere pienamente del percorso che stai costruendo giorno dopo giorno. Un percorso di formazione professionale, di interculturalità ma soprattutto di crescita personale, che superando le difficoltà quotidiane ti rende più forte, imparando ad oltrepassare le incomprensioni ti innesca fiducia, spingendoti a guardarti dentro ti fa più cosciente di te stessa e degli altri. Non possiamo chiedere agli altri di cambiare, di crescere, di mettersi in gioco, se noi stessi non siamo disposti a farlo, ogni giorno, ad ogni occasione. E arriva un momento in cui ti senti parte di quella comunità, di quella grande famiglia in cui inizialmente hanno fatto fatica ad accettarti e nella quale tu stessa hai fatto un po’ di fatica ad aprirti, è quando non vorresti mai andare via. Senti che hai ancora tanto da dare, anche se sei consapevole che il tuo contributo non potrà mai equiparare tutto quello che hai ricevuto in cambio.