Giovanna Di Prizito - SVE Ecuador 2012

Inserito il 15/11/2012 alle ore 16:19

Mi ricordo ancora quel 25 gennaio quando il telefono squillò e dall’altro capo del cellulare c’era Aurora, la responsabile dell’invio, che  mi diceva che ce l’avevo fatta, che sarei partita per l’Ecuador. Una gioia infinita. Non ci potevo credere che avevano scelto me, infatti, finquando non sono arrivata a Quito mi sembrava una cosa irrealizzabile.
Prima di partire ero piena di dubbi, paure, ansie, pregiudizi sulla situazione che avrei trovato in questo paese dell’America Latina ma con tanta tantissima curiosità di conoscere e imparare.
Arrivata a Quito, prima di andare nella mia host family ho alloggiato in una Missione Carmelitana, e qui ho fatto la meravigliosa conoscenza, che poi si è rilevata una bellissima amicizia, di Viktorija, una ragazza lituana, anche lei volontaria nello stesso progetto e con cui avrei condiviso tutta l’esperienza. La prima settimana sono stata in giro con Gina, la direttrice di VASE, l’organizzazione di coordinamento, che oltre a darmi informazioni e consigli sul servizio che andavo a svolgere, mi ha portato in giro per tutto il centro storico di Quito, per musei, mostre, insegnandomi a muovermi liberamente nella città.
Quito è una grande metropoli, circa 2milioni e 300 abitanti, sicuramente per me che sono abituata a vivere in un piccolo paesino mi è risultata davvero immensa. E’ divisa in Nord, Sud e Centro, e  io vivevo nella parte ricca della città, nel nord, dove la maggioranza della gente vive in edifici o in villette a schiera, tutte circondate da alte mura di confine che non ti permettono di fare amicizia con i vicini. Mentre il sud di Quito è abitato quasi tutto da contadini che vivono in casette colorate e coloniali. Diversamente dalla “Quito bene” del Nord, al sud si respira tutt’altra aria, e la gente si differenzia sia a livello fisico, più scura e vestita con abiti tipici dell’Amazzonia, che a livello caratteriale ,molto più disponibile e allegra. Quando sono arrivata nella famiglia di Cristina, la mamma ecuadoriana che insieme alla figlia Anahi, mi hanno ospitato, ho iniziato a salutare i vicini ma nessuno mi rispondeva e ad un certo punto pensavo che era un problema di lingua, forse non mi capivano. Poi mi sono accorta che quasi nessuno aveva un rapporto tra vicini, tutti presi dal lavoro o dalla famiglia e nessuno a preoccuparsi del nuovo arrivo nel quartiere. Nella mia nuova casa mi hanno accolta davvero bene, davvero mi sono sentita ,grazie all’affetto di Cristina e Anahi, in una famiglia e il loro appoggio e la loro vicinanza in questa nuova esperienza a migliaia di km dalla mia famiglia e dalle mie amicizie, è stato davvero prezioso e unico.
Il servizio che ho svolto per 6 mesi è stato in una Fondazione “campamento Esperanza”, una scuola per bambini con esigenze speciali.  Sono stata inserita in una classe di paralisi celebrale,10 piccoli cuccioli, i quali avevano delle disabilità che non gli permettevano di vivere autonomamente. Passavamo insieme gran parte della giornata, facendo terapia, passeggiando, aiutandoli a mangiare, cambiando pannolini e lavarli, così che si era creato davvero un rapporto speciale con loro, per me sono diventati parte della mia famiglia e non c’è giorno che ancora adesso non li pensi. Materialmente non potevano fare granchè, ma quello che riuscivano a darti anche solo con un accenno di sorriso mi ha riempito il cuore di gioia e me li porterò dentro per tutta la vita. Quasi tutti i bambini erano orfani o con problemi familiari e quindi vivevano tutti a Casa Hogar, che era un orfanotrofio, dove per un mesetto sono andata a lavorare. Questo luogo era incantevole, pieno di giochi, un ampio spazio verde dove poter passeggiare, tutte le loro stanze da letto colorate, dalle mura alle lenzuola, che rendevano l’aria di Casa Hogar così tranquilla e rilassata sia per noi volontari che per i bambini. Le persone che ci lavorano, dalla direttrice alle maestre, dalla cuoca alla persona delle pulizie non solo sono bravissime a livello professionale ma si comportano e sono delle mamme per questi bambini, si preoccupano in ogni momento, sempre attente e premurose nei loro gesti verso queste creature.
Lo SVE oltre a darmi la possibilità di fare un’esperienza professionale, così forte e soddisfacente, mi ha offerto l’occasione di viaggiare. In una terra per me sconosciuta. Ho potuto girare quasi tutto l’Ecuador, dall’Oriente alla costa, da Nord a Sud, arrivando fino in Peru. L’Ecuador ha una natura incontaminata, ricca di acque, cascate, boschi, frutta di un sapore unico e davvero saporito. La gente, poi, è di una gentilezza e un calore infinito, sempre disponibili con le persone straniere, che visibilmente sono in difficoltà, le prime volte che chiedevo informazioni di pullman o strade, mi accompagnavano fino al luogo dove dovevo andare. E’ davvero una terra meravigliosa.
Questi 6 mesi sono stati davvero la realizzazione di un sogno, tutto ciò di cui avevo sempre parlato ma aleggiava solo nella mia mente, si è trasformata in realtà in un’esperienza  fantastica. Ho vissuto in un ambiente multiculturale, confrontandomi con persone provenienti da tutto il mondo e imparando ogni giorno cose nuove. Questi sei mesi sono stati davvero una scuola, un continuo apprendimento di culture, di persone, di lingua, esperienze, tecniche di lavoro non-formale. Tutto ciò mi ha reso ancora di più libera da pregiudizi e mi ha insegnato che il mio modo di vivere è solo uno fra tanti e ognuno di noi ha qualcosa da insegnare.
Il progetto SVE non è stato solo un anno all’estero, una pausa dalla routine, ma al contrario per me ha significato vivere intensamente la mia vita.