Fabrizio Purita - SVE in Colombia 2011

Inserito il 28/10/2011 alle ore 14:37

Cosa significa viaggiare?

 

Viaggiare significa accantonare la propria cultura, le proprie origini; spogliarsi, per indossare nuovi abiti; abbandonare o meglio rendere invisibile, ciò che mentalmente ci sostiene, ci rende più dritti, meno fragili, meno vulnerabili … ciò che mentalmente ci pressa, ci rende più stretti, meno fiduciosi, più sospettosi.

Comincia il viaggio e lo SVE è un viaggio.

Viaggiare è sinonimo di apprendere, apprendere nel senso di svuotarsi lentamente, svuotarsi nel senso di lasciare per un periodo definito le convinzioni e i dubbi, lasciarli andare entrambi … apprendere nel senso di riempirsi lentamente, riempirsi filtrando consapevolmente altre convinzioni ed altri dubbi, filtrandoli e osservandoli, cercando di rimanere il più vuoti possibile.

Volare dall’altra parte del mondo esalta questa dimensione del viaggio; andare dall’altra parte dell’Atlantico è un ottima idea per liberarsi di tanta spazzatura; andarci a lavorare, a lavorare nelle zone dove ancora il cuore non si vergogna di far sentire il suo battito, vuol dire essere un privilegiato. Ed io così mi sento.

Quando ci si incontra con persone che condividono il tuo stesso desiderio, ci si rende conto che tutto quanto scritto sopra non sono cazzate. Quando i codici di una città sconosciuta si iniziano a mostrare, ad apparire sotto forma di immagini, di suoni siano anche parole, o gesti, ci si rende conto che tutto quanto scritto sopra è quello che hai sempre cercato.

 

Vivo a Bogotà da circa tre mesi e quello che mi fa stare tranquillo in questa città, in questo Paese, la Colombia, è la gentilezza delle persone. O quantomeno il loro modo di accoglierti sempre a braccia aperte, il loro modo di salutarsi attraverso un sorriso, attraverso un abbraccio. Si viene in Colombia con l’dea di incontrare un paese ostile, guidato dalla guerriglia e dal narcotraffico. In Europa la gente parla come se sapesse tutto e ti dicono di stare attento, perché per le strade di Bogotà la gente è pazza, per le strade si gioca con le armi e con la droga. Parole, parole di chi ancora ha uno strano desiderio di parlare ma una totale assenza di desiderio di scoprire, scoprire con i propri occhi quello che realmente accade dall’altra parte dell’oceano. Bogotà non è una città sicura, come non lo è Napoli. A Bogotà devi tenere gli occhi aperti, non devi ostentare i tuoi tesori, ci si confonde nel traffico intenso di persone e veicoli che compongono una città priva di tutte quelle regole che caratterizzano le società cosiddette industrializzate, sviluppate, capitaliste. Un’assenza di regole che non produce disordine, un’assenza di regole che ti permette di capire che le regole non producono logica, ma che la logica è qualcosa di naturale, di spontaneo, di insito nella natura e nell’uomo.

A Bogotà la cultura regna sovrana: musei, fiere, concerti, mostre, teatri, cinema. Una programmazione culturale continua, anima la città ogni settimana e il tempo a disposizione è poco per seguire le conferenze e gli eventi sulla musica, sul cinema, sulla letteratura, la poesia e sui temi sociali come sviluppo, crescita, discriminazioni di ogni tipo (di genere, di razza, di condizione sociale). Sì anche qua, come in tutto il mondo, il nero è ancora discriminato, l’omosessuale non è accettato, le culture indigene svalorizzate, la parte di popolazione che lavora in modo informale e disorganizzato nel riciclaggio è anch’essa discriminata. Ma in tutto questo, si nota di essere in America, distanti da quella cultura bigotta prodotta dal nostro pesante Vaticano, e lo si nota da molte cose e per fare un esempio pratico dalla legge sulla “coppia di fatto” che qua già esiste e dà diritto alle coppie di non sposarsi, gli dà tutti i diritti per scegliere di vivere la propria unione senza il peso di un contratto obbligato.

 

Questo è il mio SVE, scontrarmi apertamente con la cultura di un popolo diversa da quella in cui, per sorte o per scelta, mi son trovato a nascere. E il mio scontro-incontro con questa cultura lo devo sicuramente al lavoro di volontariato che mi trovo a svolgere, lo devo alla famiglia “bogotana” con cui vivo e con cui condivido qualsiasi tipo di esperienza passata e presente.

Lavoro con una università (Minuto de Dios), nel centro di educazione per lo sviluppo (CED). Tre giorni a settimana (lunedì, martedì e giovedì) rimango nell'università per sviluppare il mio lavoro, per partecipare ad attività con un museo che sta vicino all'università e per partecipare alle classi dei professori che fanno parte del CED i quali coinvolgono i volontari al fine di fargli raccontare la propria esperienza e integrare la classe con una visione differente.

Il CED appoggia piccole organizzazioni locali senza scopo di lucro ubicate nella località povera di Suba e invia molti volontari nelle differenti organizzazioni affinché diano un appoggio. Ma qual è il mio ruolo? Io nello specifico appoggio 4 differenti organizzazioni di cui 3 lavorano con bambini e 1 con persone che hanno problemi di handicap. 1 delle 3 che lavora con bambini è italiana e si chiama "Il nido del gufo". Il mercoledì e il venerdì sono i giorni in cui visito queste 4 organizzazioni. Il mio ruolo è appoggiare la direzione di queste organizzazioni nella elaborazione e nella presentazione dei progetti, al fine di ottenere risorse economiche o materiali. L'organizzazione italiana è la più organizzata e con questa già abbiamo iniziato ad elaborare un progetto di danza e di informatica rivolto ai bambini; le altre sono meno organizzate e quindi il mio compito è spiegargli come fare un progetto, dove cercare risorse e come presentarlo. Ed è quello che sto facendo da un mese a questa parte, inoltre sto cercando di stringere rapporti con il Comune, ONG o Imprese per cercare differenti fonti dove trovare fondi per realizzare i progetti che si stanno delineando.

Questa è la sintesi di quello che sto facendo e questo è ciò che mi dà la possibilità di conoscere questo Paese dall’interno, dal punto di vista dei quartieri più poveri ma anche dal punto di vista della famiglia di classe media-alta con cui mi trovo a vivere. Uno sguardo a 360 gradi che mi permette di osservare il contesto dall’interno ma con uno sguardo esterno essendo una cultura che non mi appartiene totalmente.

Forse è proprio questo l’aspetto positivo della globalizzazione. Finalmente abbiamo la possibilità di conoscere ciò che è lontano, ciò che è distante. Sono le distanze, è l’ignoto che produce le discriminazioni. E’ l’ignoranza, è la paura di conoscere il diverso che genera la nascita di tutte le discriminazioni che ci sono nel mondo. Solo conoscendo da vicino un omosessuale si può accettare l’omosessualità; solo vedendo una bambina di 5 anni crescere donna in un corpo di uomo si può accettare la transessualità; solo vivendo e lavorando in Africa per un periodo si può accettare e rispettare veramente una persona che ha un colore differente dal tuo; venire in Colombia 6 mesi come volontario ti dà l’opportunità di capire la Colombia, e avere un’idea dell’America Latina.

La Colombia è stata danneggiata enormemente dal narcotraffico, dalla “guerrilla” e dalla corruzione che invade la politica del Paese. Prima della salita di Uribe nel 2000 si sono alternati una serie di presidenti corrotti che non hanno fatto nulla per combattere questo cancro mortale, ci voleva una mano dura e Uribe era una mano dura. Prima del 2000 in Colombia non si poteva viaggiare, chi viveva lontano dalla Costa o anche solo a qualche kilometro di distanza non conosceva lo splendido mare dei Caraibi e ancora oggi molte persone non hanno mai visto il mare. Viaggiare significava andare incontro alla morte, significava essere preso d’assalto dai tanti posti di blocco delle forze guerrigliere disseminati nelle strade principali che collegano i vari “departamientos”. Uribe fronteggiò la situazione, attuando anch’egli come un criminale, contrastando le FARC e le altre forze armate e scatenando un’ondata di violenza che poneva in contrasto le FARC, i gruppi illegali paramilitari e l’esercito. Per fare ciò abusò del suo potere, cambiando la costituzione in varie circostanze e rafforzando i gruppi paramilitari illegali già presenti nel territorio, e rendendo così la politica più corrotta. I Paramilitari sono ora la mafia della Colombia, una mafia che come la mafia italiana blocca il sistema e non gli permette di svilupparsi.

Nel 2008 Uribe termina il suo secondo mandato e sale al potere Santos. Oggi i colombiani hanno la possibilità di viaggiare, ammirare il mare dei Caraibi, gli splendidi paesaggi dell’Amazzonia, le pianure disseminate della zona dello “llanos”, spiare le balene partorire sulla Costa del Pacifico, sorseggiare il miglior caffè nella cosiddetta “zona cafetera”, immergersi nella natura della Guajira dove il deserto si unisce al mare, e questo lo devono ad Uribe; oggi i colombiani subiscono più di prima la corruzione di un sistema politico dipendente sempre più dalla mafia delle forze paramilitari che blocca la libera crescita del Paese, e questo lo devono ad Uribe. Inoltre alcune zone sono ancora impraticabili, in molte zone del pacifico e delle campagne è in corso la guerriglia, il mercato della droga produce vittime e sfollati. Gli sfollati, i cosiddetti “desplazados” sono contadini delle campagne costretti dalla guerra ad abbandonare le proprie terre per riversarsi nelle città e condurre una vita da discriminato. Per farci un’idea possiamo compararli ai rifugiati italiani e europei. Discriminati, costretti ai lavori più umili, spesso senza una casa e un lavoro, si insediano nei quartieri più poveri della città andando ad accrescere enormemente quel dislivello tra popolazione povera e ricca.

Ma non possiamo limitare la Colombia a questo, sarebbe come dire che l’Irlanda è l’IRA, i Paesi Baschi sono l’ETA, che l’Italia è la MAFIA. Tutto ciò è l’aspetto negativo del paese che influisce sulla politica e sul suo sviluppo, è la lotta al potere di alcune minoranze violentemente ambiziose. Ma la Colombia è un paese accogliente, è un paese del Sud che sente l’influenza del capitalismo statunitense ma dove ancora le persone resistono valentemente alla forza brutale e psicologicamente violenta che il capitalismo ha prodotto nelle società sviluppate. Se è vero che la popolazione colombiana ha subito e subisce la violenza fisica prodotta dalla “guerrilla”, è anche vero che ancora resiste a quella violenza psicologica di cui soffrono le popolazioni dei paesi capitalistici. La Colombia ha una identità forte, la grandissima maggioranza della popolazione ama il proprio paese e ha voglia di studiare e lavorare per migliorare la propria situazione personale. Ciò che limita la crescita generale dell’educazione sono gli alti costi delle università private. Entrare nelle poche università pubbliche è difficile, i posti sono limitati e l’80% dei giovani non ha accesso alla pubblica. Studiare in una buona università privata costa circa 10 mila euro per anno, in una di qualità media costa circa 5 mila euro.

La gente conosce le piaghe prodotte da quella minoranza che sta ai vertici del potere, è ben cosciente delle difficoltà del Paese, della microcriminalità presente nelle grandi città che ti fa tenere gli occhi aperti e la testa vigile. Ma in tutto questo il motto della Colombia e principalmente di Bogotà è “no dar papaya”, non dare nell’occhio, non mostrare i propri oggetti di valore, mischiarsi in questo flusso di veicoli e persone, mischiarsi approfittando della quantità di bene che questo Paese riesce a darti: la semplicità naturale di un bambino che ti regala il suo abbraccio; l’intelligenza di chi ancora conosce la bellezza dell’essere innocente; gli occhi scuri e gli sguardi profondi che si incrociano continuamente per le strade; l’allegria della notte che riempie i bar dei quartieri delle città con il ritmo della salsa, del vallenato, del regeton, la musica Ranchera messicana di Vicente Fernandez, la musica di protesta di Silvio Rodriguez; la potenza e l’importanza dell’arte e della cultura che settimanalmente trova spazio nei tanti eventi culturali; la maestosità di una natura selvaggia di fronte alla quale ci si sente impotenti, più umili, più rilassati; le conversazioni scevre da qualsiasi condizionamento temporale con un amico o un conoscente su ciò che affligge il mondo, sulla poesia del mondo; la spensieratezza di un uomo e una donna che ballano in un piccolo bar di paese, celebrando in una unione impudica di corpi e di sguardi la bellezza di avvicinarsi all’altro, anche per il solo tempo di una canzone.