Celeste Zaccaria - SVE in Kenya Nairobi

Inserito il 28/10/2011 alle ore 17:39

La vita e’ bella quando decidiamo di prenderla. La gioia la sperimentiamo nella capacità di dare.

 

Non e’ semplice utilizzare parole appropriate che possano definire il senso che l’esperienza di volontariato in Kenya ha assunto per me. Ogni cosa e’ stata sentita e vissuta così intensamente,per cui ora la riduzione di quelle emozioni a meri concetti mi sembra offra una descrizione molto approssimativa e sfuggente dei luoghi,dei non luoghi e della gente che li caratterizza. Ritengo che questa premessa sia fondamentale e costituisca anche un invito al contatto diretto con queste zone del nostro pianeta con l’intento di far germogliare all’interno di una coscienza comune l’irrefrenabile desiderio di incontrare il degrado e contaminarsi con esso. Lavorando in una baraccopoli denominata Mukuru Kwa Njenga situata ad est del centro di Nairobi,ho assaporato il privilegio di sedere con i poveri,mi e’ stata concessa la possibilità di sfondare la tristezza degli sguardi dei miei ragazzi con piccoli gesti affettuosi. Parlo di privilegi e concessioni perché davvero per noi lo sono. Ho provato moltissime volte una sensazione di vero e proprio disagio nell’osservare gli occhi e i visi feriti di quei bambini già adulti i cui movimenti esprimevano una consapevolezza del dolore che mi ha decisamente sorpresa e sconvolta. La povertà è qualcosa che non si può pensare,non rientra in alcuno schema regolare,è indefinibile. Troppe volte mi sono interrogata sulla sua essenza e ogni giorno venivo fuori con una risposta diversa. Ciò mi ha condotta alla conclusione che ciò che pensiamo come assenza di un tetto,viveri o vestiario è, invece, molto di più..é violenza fisica,è lotta,é condivisione del pranzo e(nel migliore dei casi) anche della cena, annullamento e paura. In un contesto che si poggia sulla trasparenza e l’inconsistenza del benessere, il tentativo più estremo e, sempre(purtroppo), riuscito è quello di utilizzare il proprio corpo come bene utile vendendolo in funzione dell’ottenimento di un misero guadagno. Sulla base di queste considerazioni, terrei a precisare che, benché lo SVE sia un programma nato anche sulla base dello scambio culturale e della conoscenza di altre realtà e situazioni di vita, l’attività di volontariato non si può minimizzare ad un’esperienza da aggiungere al proprio curriculum lavorativo e di cui semplicemente discorrere. Il periodo impiegato nello svolgimento delle attività dovrebbe essere vissuto dal di dentro, gustato nelle sue peculiarità e il confronto con la degenerazione dovrebbe stimolare delle riflessioni e, soprattutto, il desiderio di potere. L’impotenza è la nostra giustificazione occidentale e il dispiacere unito all’impotenza ne è un’altra. Questa è la colpa peggiore della nostra società:l’arrendevolezza… perché non crediamo più nei cambiamenti,nelle evoluzioni,nella mano dell’uomo che,lentamente e in maniera pacifica, plasma e modella. E credo che, in fondo, lo SVE sia anche questo: restringere il mondo in una rete di percezioni ed emozioni che passano attraverso l’uso dei cinque sensi ma anche di ulteriori “cento sensi segreti”,mai dimenticando che gli occhi sempre troppo aperti sulla realtà un po’ ci allontanano da essa. Un oggetto è osservabile solo quando posto ad una certa distanza perché la sua eccessiva vicinanza lo renderebbe visibile soltanto da altri punti di vista e non lo presenterebbe più pensabile nelle sue forme e nella sua bellezza intangibile. Ebbene,io penso che lo SVE esprima fondamentalmente e metaforicamente una riduzione dello spazio,laddove questo implica il chiudere gli occhi(perché i mass media ci inducono ad osservare già abbastanza)per porre mano su quella terra,su quella gente,su se stessi. E’ chiaro che qui si fa riferimento ad una rivoluzione parziale,contenuta,maturata e pacifica che si poggia sul rispetto di tutto ciò che appartiene alla diversità. Il punto chiave di tutto questo risulta essere il dono come “pura perdita”, rifiuto dell’isolamento nel tentativo di oltrepassare il proprio limite per giungere alle soglie di quello dell’altro. Il volontariato credo che vada rivisto anche come una liberazione dello spazio della propria intimità,di riconoscenza dell’altro dietro il quale si cela la nostra insufficienza che giustifica il nostro esistere verso di lui. Questo è parte di quello che per me tale impegno ha significato. Parlare della mia permanenza in Kenya avrebbe lasciato poco spazio alle sensazioni e all’aspetto spirituale e invisibile di quest’esperienza così concreta,ricomponendo tutto in racconti e descrizioni lunghissime. Ecco perché ho scelto un’altra forma del dire,con la fiducia che la pienezza di storie non dette giunga ai cuori desti,la cui sensibilizzazione diviene segno della condivisione di un mondo ancora tutto nostro.