Alessio Schiavetti-SVE Vitenam 2012

Inserito il 30/05/2012 alle ore 15:26

Era estate, ero sul letto a navigare senza meta su internet, leggo una e-mail: l'AFSAI mi inviava la descrizione di tre progetti, uno in India, uno in Indonesia ed uno in Vietnam. Non avevo in programma di partire, ero a Siena per studi, avevo una casa (una camera), una ragazza e un piccolo gatto. La mail dell'AFSAI elencava alcuni progetti extra-europei. Ora una premessa, io sono stato in India varie volte,  e ci tornerei anche domani se ne avessi la possibilità, è la zona del mondo in cui mi sento più a mio agio, dove mi sento in sintonia con l'esterno. Tra i progetti offerti dall'AFSAI uno era proprio in India; mi sono candidato. Vi starete domandando cosa c'entra tutto questo con il Vietnam, avete ragione, ma ci sto arrivando. Dopo la gioia derivata dalle fantasie sui futuri sei mesi in India è arrivata la riflessione razionale che la possibilità di essere scelto per il progetto era appunto una possibilità e non una certezza. Come sarei potuto rimanere a Siena dopo aver assaporato l'idea di passare sei mesi in India? Decisi dunque di triplicare le mie possibilità di partire, non per l'India, ma comunque di partire: mi candidai anche per l'Indonesia e per il Vietnam. Dopo la prassi che seguirete voi aspiranti “sveisti” mi arrivò la telefonata di Aurora, soprannominata nella mia rubrica “Aurora AFSAI”, che mi dice di non essere stato selezionato per l'India e neanche per l'Indonesia, ma che mi avevano scelto per il Vietnam. Ammetto che era la mia terza scelta, ma la sensazione che provai nel sapere di passare sei mesi ad Hanoi non sembrava essere un'emozione da terza scelta.
Bene, dopo questa breve introduzione veniamo al dunque, i miei sei mesi in Vietnam. Sono partito ad ottobre del 2011, la mia destinazione era la “PeaceHouse” di Hanoi, una casa molto grande, circa 40 posti letto, nella periferia di Hanoi, la mia host organization è stata VPV di Hanoi. Il mio progetto era sulla carta molto interessante, si trattava di lavorare in diversi “workcamps” con temi differenti, purtroppo l'organizzazione vietnamita, la VPV, non aveva molti workcamps in agenda, e così dopo un mese mi trovai senza nulla da fare. Dirottarono il mio progetto verso l'insegnamento della lingua inglese, mi affidarono una classe di studentesse della facoltà di biotecnologie della Hanoi Open University per un paio di mesi, conservai comunque sia tempo libero a sufficienza per viaggiare in giro per il nord del Vietnam. Per semplificare la descrizione e la comprensione dividerò la mia esperienza in quattro temi cercando di non dilungarmi troppo. I quattro temi sono il rapporto con gli altri volontari, il rapporto di lavoro con i vietnamiti, il rapporto con i cittadini di Hanoi ed infine il viaggio.
La PeaceHouse, la mia residenza, era molto simile ad un ostello, eravamo circa una decina di volontari a lungo e medio termine ed ogni due settimane arrivavano nuovi volontari a breve termine da tutto il mondo. L'atmosfera a volte era leggermente surreale, si creavano situazioni in cui spagnoli, italiani, indiani, vietnamiti e giapponesi chiacchieravano insieme con difficoltà di comprensione dovuta all'enorme varietà di accenti diversi, ma anche a differenze culturali che influivano sui schemi di pensiero stessi. Una cosa interessante era infatti notare le diverse “ironie” delle varie culture, personalmente l'ironia che coglievo meno e che reputavo quasi immeritevole di attenzione era quella dei nordamericani, mentre sorprendentemente ho notato “affinità di ironia” con i giapponesi. In ogni caso la vita nella casa era veramente piacevole, avevo i miei punti di riferimento, il buon Carlos, spagnolo in Vietnam per un anno, Josè un altro spagnolo con cui condividevo il progetto, un gruppo di francesi e Clara, una ragazza di Berlino. Loro erano le persone con cui ero più legato, i miei amici che spero di rivedere, prima o poi.
Andando in Vietnam supponevo che l'organizzazione lavorativa dei vietnamiti fosse basata su “standard  cinesi”, orari di lavoro molto lunghi e ritmi stressanti. Niente di più falso. Quando alla fine del mio progetto dissi ad una ragazza vietnamita che mi aspettavo un popolo di stakanovisti con una stretta organizzazione del lavoro, lei sorrise dicendomi “No, no, we are very flexible!”. In parole povere e, generalizzando molto, ho avuto l’impressione che i vietnamiti fosero  un po’ più “lenti” rispetto a quello che immaginassi. L'effetto di velocità nei lavori che si può notare, ad esempio, nei cantieri edili è dovuta al grande numero di lavoratori impiegati, un lavoro che in Italia si farebbe in dieci persone in Vietnam è fatto da cento, di conseguenza però gli stipendi sono decisamente bassi, in media sui 150 euro mensili.
Come dicevo, la mia residenza era nella periferia di Hanoi, in un villaggio satellite chiamato Tay Mo. La gente del posto era molto interessata verso noi occidentali, non era possibile camminare per le stradine senza essere fermati per fare due chiacchiere, ovviamente nè noi anglofoni nè loro “vietnamitofoni” capivamo nulla, è difficile incontrare persone che parlino l'inglese e per noi il vietnamita era una lingua alquanto ostica. Personalmente ho imparato un po' della lingua locale, ma il mio vietnamita era limitato alle conversazioni riguardanti l'acquisto di cibo e poche frasi basi del tipo “come ti chiami” o “buona giornata” e cose di pari livello. I locali erano comunque sempre lieti, salvo rarissime eccezioni, della nostra presenza, era normale che fossimo invitati a feste e matrimoni da persone incontrate per strada. Eravamo persone “importanti”, ci fermavano per strada per salutarci, fare foto con noi e lasciarci il loro contatto facebook o numero di telefono.
L'avere a disposizione molto tempo libero mi ha permesso di viaggiare, ho comprato una moto da un turista scozzese che l'aveva usata per fare la tratta Ho Chi Minh City – Hanoi molto battuta dai turisti. La moto era una Honda Win, la pagai circa 220 euro. Credo che siano stati tra i soldi meglio investiti della mia vita. Quasi ogni week end prendevo la mia Honda Win e me ne andavo, da solo o in compagnia, in una villaggio meraviglioso a 3-4 ore da Hanoi, Mai Chau. Campi di riso e case di legno, abitate da una minoranza etnica, i Thai Bianchi, persone nettamente diverse dai vietnamiti, per lingua (parlano un dialetto tailandese), stile di vita e mentalità. Un villaggio incontaminato, con buoi che solcano i campi e donne con il cappello a cono che raccolgono o piantano le piantine di riso a seconda della stagione. Un paesaggio che forse è quello che si ha in mente quando si pensa al vietnam. Il viaggio più bello ed intenso fu però quello tra le montagne, 1600 km tra villaggi sperduti di varie etnie, Muong, Zao, Thai ecc. dove entrai in contatto con persone che non erano assolutamente abituate a vedere volti occidentali. Fui invitato a varie feste e matrimoni di villaggi Muong e Zao, mi offrirono cibo e vino di riso e in alcuni casi mi regalarono tessuti e braccialetti.
Traendo una conclusione dalla mia esperienza non posso fare altro che dirvi che non c'è stato nessun aspetto negativo, sarei rimasto volentieri più a lungo e ripeterei l'esperienza più che volentieri.  Le persone, i paesaggi, la vita sociale, il rapporto con gli altri volontari è stato tutto al pari delle aspettative e in alcuni casi superiore e mi riferisco soprattutto al rapporto umano sia con i vietnamiti che con gli altri volontari.
E' stato bello, è stato divertente, emozionante, parlandone mi viene un po' di malinconia e si manifesta la sensazione di non essere ancora del tutto tornato. Ogni volta che si vive in un paese per un periodo relativamente lungo ci si lascia una parte di sé, un carico emotivo: il cuore diventa più grande in certi viaggi e il paese che ti ha ospitato se ne tiene un pezzetto.