“IMANI, AN OPEN HEART”- L'esperienza in Kenya di Gennaro ed Alessandro

Inserito il 12/09/2018 alle ore 16:52

Kenya 2 settimane, Agosto 2018 

Siamo estremamente felici di condividere con voi la nostra esperienza. Innanzitutto ci teniamo moltissimo a ringraziare l’AFSAI e l’ICYE per averci dato la possibilità di vivere queste intense settimane in Kenya.
Abbiamo preso parte al progetto “Imani, an Open Heart” e siamo stato destinati, seppur con poco preavviso, alla sede di Malindi.

Abbiamo avuto la fortuna di trascorrere i primi quattro giorni a Nairobi, la Green City in the Sun. Qui abbiamo conosciuto Kerubu Nyaribo, la responsabile dell’ICYE Kenya, una persona fantastica che ci ha accolto in maniera molto calorosa, e Mercy Kubasu, una sua collaboratrice, con la quale abbiamo visitato i luoghi di principale interesse girando in lungo e in largo la capitale a bordo dei fantastici “matatu”, una sorta di trasporto pubblico in Kenya. In genere sono dei minibus dai colori sgargianti ed alcuni di essi sono delle vere e proprie discoteche su ruota!

Spendere un paio d’ore nel Museo Nazionale di Nairobi è stata un’ottima occasione per conoscere la storia, le tradizioni e la natura di questo fantastico Paese. Non ci siamo di certi lasciati scappare l’opportunità di visitare lo Snake Park dove grazie alla collaborazione di una guida abbiamo toccato e “giocato” con serpenti e altri rettili.

Ovviamente non ci siamo fermati lì! Abbiamo visitato il Giraffe Centre, dove abbiamo accarezzato e dato da mangiare a delle simpaticissime giraffe, e il Safari Walk presso il Nairobi National Park, ove abbiamo potuto ammirare i famosi “Big Five”, gli animali che storicamente si ritenevano i più temibili da cacciare e di conseguenza i più ambiti!

Prima di lasciare Nairobi, nella sede Imani A di Soweto, abbiamo incontrato la responsabile del progetto Imani, Maria, che ci ha illustrato con precisione le attività che avremmo dovuto svolgere. Quella stessa sera siamo partiti per Malindi.

Ad accoglierci la mattina seguente, dopo un viaggio in bus di ben dodici ore, Grandma, Wilson, Tom lo Chef, le Aunties e settantotto fantastici bambini. In pochi giorni abbiamo stretto un rapporto meraviglioso con tutti loro e posso affermare con certezza che questo ha contribuito a rendere così unica la nostra esperienza.
Il pomeriggio stesso abbiamo cominciato con le attività organizzando lezioni e giochi con le varie classi.

Le nostre giornate all’Imani sono state molto piene, c’era sempre tanto da fare e noi abbiamo cercato di fare del nostro meglio per imparare alla svelta e renderci utili. La cosa più entusiasmante è stata che ogni giorno era diverso da un altro, e con i bambini non ci si annoiava mai!

Abbiamo lavorato in una fattoria, zappato un terreno, raccolto e lavorato il mais, svolto piccole attività di giardinaggio, organizzato lezioni di inglese e matematica e dato una mano ovunque ce ne fosse bisogno: in cucina o nella cura dei bambini e della loro igiene personale.
Ci siamo improvvisati anche chef preparando la colazione per i bambini, per fortuna con ottimi risultati!

Una grande opportunità è stata quella di lavorare a stretto contatto con altri tre volontari spagnoli con i quali abbiamo stretto un forte legame. A suggello di questa nuova amicizia abbiamo organizzato una partita di calcetto con i bambini: il Team Italy contro il Team Spain. I bambini erano felicissimi, ci abbracciavano ad ogni goal, e alla fine della partita si sono stretti la mano con grande rispetto.

Dopo due settimane all’Imani, Alessandro ed io ci eravamo resi conto di quello che servisse all’orfanotrofio. Così, prima di andar via, abbiamo avviato una raccolta fondi e grazie alla partecipazione di nostri amici e familiari siamo riusciti a raccogliere 700 euro con i quali siamo riusciti a comprare alimentari, corredo scolastico, materiali per l’igiene personale e molto altro.

Arrivati con quel carico di roba i bambini ci hanno guardato con gli occhi colmi di gioia e riconoscenza. In pochi minuti si sono radunati intorno a noi e ci hanno dimostrato tutto il loro affetto. Quei pochi minuti non li dimenticheremo mai: sono stati sufficienti per capire che ne era valsa assolutamente la pena.

Ciò che ci preme sottolineare più di tutto, è la crescita umana e morale che sentiamo dopo aver vissuto in questo contesto. I bambini africani sono molto diversi dai nostri: nessuno di loro è viziato, condividono tutto con un sorriso contagioso, apprezzano ogni piccolo gesto o dono, sono felici con pochissimo, ti affidano il cuore se vedono in te una persona sincera. La nostra società si è abituata a basare molto spesso la felicità ed il bisogno sulle cose materiali: il conto in banca, il cellulare, l’auto, e nonostante tutto non ci sentiamo felici. Grazie alle fantastiche persone conosciute in questo viaggio, abbiamo capito che la strada per la felicità è un’altra. È una scelta basata sull’apprezzare ciò che ci circonda e colora i nostri giorni, e non sul desiderio e l’ottenimento di ciò che non possediamo. Quella è la soddisfazione, che nella nostra ambiziosa quanto assopita mentalità, confondiamo con la felicità.

Ad Alessandro piace fare un esempio pratico: “Ho portato con me in Kenya un orologio digitale economico, del costo di pochi euro, comprato con leggerezza e senza pensarci su. I bambini, incuriositi, se ne sono innamorati: volevano indossarlo, provarlo, imparare a leggere e capire l’orario. E così, quasi ogni sera dopo cena, i bimbi si radunavano intorno a me ed a turno porgevo loro l’orologio. A chiunque osservasse la scena dall’esterno, poteva sembrare che io stessi insegnando loro ad indossarlo, a leggere le ore ed i minuti in formato 12 e 24h, il giorno, il mese, l’anno. Ma la realtà era diversa, ero io ad imparare da loro come apprezzare le più piccole cose nella vita ed i gesti semplici e spontanei come condividere un orologio dal valore minimo col sorriso sulle labbra, imparare insieme, ringraziare col cuore negli occhi chi ci aiuta senza interesse, ma per affetto. Un amico mi ha detto << Ma queste sono cose scontate! >> ed allora gli ho chiesto se avesse mai ringraziato sua madre per aver cucinato o lavato dei vestiti per lui. Abbiamo così tanto da imparare da questi bambini...”

I giorni all’Imani sono trascorsi velocemente e purtroppo è arrivato il momento di ritornare. Le ultime lacrime del viaggio interiore attraverso il Kenya le abbiamo versate poche ore prima di decollare per l’Italia, quando abbiamo avuto la casuale opportunità di salutare due bambini con cui avevamo legato particolarmente, che erano stati trasferiti a Nairobi perché in procinto di essere adottati. Non capivano cosa stesse succedendo e perché non fossero più con i loro “fratelli” e “sorelle”, ma vederci li ha rincuorati ed ha commosso noi. Li abbiamo tranquillizzati dicendo loro che sarebbero stati felici, e dentro di noi speravamo lo sarebbero stati quanto o più del loro periodo all’Imani.

Mentre ci avviavamo all’aeroporto, eravamo in silenzio. Sapevamo di aver lasciato un pezzo di cuore in quell’orfanotrofio.

A proposito di questo termine, all’inizio ci aveva stupito il fatto che i bambini non conoscessero il significato della parola orfanotrofio e che chiamassero i collaboratori adulti uncles ed aunties e quel posto, semplicemente, casa. Adesso ne capiamo il motivo. L’Imani è una grande famiglia felice e tutti durante la nostra permanenza hanno fatto il massimo per farci sentire parte di essa. Per questo, i nostri nomi resteranno incisi sulla “parete dei nomi” insieme a quelli di chi ci ha preceduti, mentre quelli dei bambini che abbiamo avuto la fortuna di conoscere resteranno incisi nella nostra anima.

Grazie di tutto. God bless you, Kids

GENNARO, 22 anni

ALESSANDRO, 23 anni