Valentina De Leonardis - SVE India 2012

Inserito il 23/05/2012 alle ore 13:33

...Sembra ancora di sentirsele risuonare nelle orecchie quelle parole... «Ma sei impazzita?? Dov’è che devi andareee?!», «Perché non metti la testa a posto e non trovi un lavoro come si deve?», «Non lo sai che hai già perso 8 anni di contributi a furia di fare volontariato?! Ti fai sfruttare solamente!», «...ma non senti il bisogno di guadagnare uno stipendio come tutti?», «Perché devi andare in mezzo a quelli “zulù” a prendere le malattie?! E, poi, se le prendi le porti pure qui da noi!!», «Ci farai preoccuparee!», «Mi sa che alla fine ti ritroveremo in mezzo alla strada a chiedere l’elemosina e avrai pure la lebbra o la malaria», «Proprio ieri sentivo al tg che in India arrivano i monsoniii!», «...con tutte le persone che ci sono qui in Italia da aiutare tu scegli di andare così lontano! Se proprio vuoi lavorare con i bambini perché non lavori nella scuola di tua madre?!», «…scusa ma che c’entrano i bambini indiani con la tua laurea?», «Ma non hai paura di sentirti sola?», «Non si campa solo di volontariatooooo!!».
Con questo bel carico di “rassicurazioni” da parte di amici e familiari, la giovane “gamberetta” Valencindia, convinta e soddisfatta per la sua scelta, il 1° ottobre 2011 partiva alla scoperta dell’incredibile subcontinente indiano, per vivere la sua esperienza SVE in un piccolo e remoto villaggio dell’Andhra Pradesh.
Così, con la consapevolezza che le sue paure fossero come “tigri di carta” e che la decisione più difficile sarebbe stata quella di AGIRE e strapparle subito in minuscoli pezzi, si sentì subito pronta ad immergersi in quella terra circondata da aride montagne pietrose, alberi di cocco, banani e canne da zucchero ed iniziò a conoscere, giorno dopo giorno, quel popolo dalla pelle ambrata lontano anni luce dagli affanni e dai travagli dell’Occidente. 
«Good morniiiiing Miiiiss!»; una bimbetta, piccola, con due occhi grandi e neri, la salutò davanti al cancelletto della scuola sollevando una manina all’altezza delle tempie. Indossava un vestito di un blu sbiadito, stretto dietro da una spilla e, sotto di esso, una camicetta a quadretti blu e bianchi. Guardandola meglio, “la gamberetta” notò che la piccola portava anche degli armoniosi campanellini sia alle caviglie che ai polsi e che, come se non fosse abituata ad usarli, ai suoi piedini l’infradito destro, un po’ sporchiccio di terra, era stato scambiato col suo gemello sinistro e viceversa.
Era il “primo” giorno di lezione per Valencindia. Aspettò che l’anziana e secca lady, dai capelli lunghi ed hennati raccolti in una treccia, suonasse tre rintocchi assordanti col batacchio sulla lastra di bronzo e si fece accompagnare dagli altri bimbi, accorsi, in uniforme, all’interno della scuola: uno spiazzo unico, privo di sedie, banchi, lampadine e con le lavagne disegnate sui muri; una stretta e usurata tettoia di plastica poggiata su due lunghi tronchi d’albero sforacchiati dai calabroni, era l’unico riparo dal sole cocente e dalle abbondanti piogge invernali.
«Miss! Miss! Miss! Come in my class!» esclamò, aggrappandosi alla sua lunga sciarpa gettata sulle spalle e dello stesso colore del churidar, un altro di quei bimbi, offrendole un fiorellino profumato da inserire tra i capelli. D’un tratto, le si avvicinò anche un altro bimbetto, che, con esili braccia, trasportava una sedia di plastica sulla quale le fece cenno di sedersi mentre tutti gli altri balzarono in piedi per accoglierla tra loro, risedendosi velocemente a gambe incrociate sul suolo e tirando fuori dallo zaino, chi l'aveva, una piccola lavagnetta portatile e un gessetto bianco.
Fu l’esordio di un legame sincero e profondo, che avrebbe spinto “la gamberetta” a svegliarsi all’alba ogni mattina con la gioia di ascoltare il richiamo della natura (anche se mescolato alla particolare voce del muezzin) e di ammirare il sole sorgere dalle casette colorate, per innalzarsi sempre più, al di sopra del fumo dei bracieri pronti a riscaldare l’acqua. Ciò divenne quasi il rituale che le permetteva di caricarsi di buone energie e correre a scuola per insegnare ciò che sapeva -e poteva- a quei “piccoli adulti” così ansiosi e curiosi di poter parlare inglese e di sperimentare nuovi giochi, danze, canzoni e soprattutto di disegnare con le loro adorate Miss!
“Piccoli adulti” in grado di raggiungere a piedi e più volte al giorno i pozzi, caricandosi decine di litri di acqua sulla testa o sul fianco. “Piccoli adulti” che badavano, alla stregua di genitori, ai loro fratelli o sorelle minori e che accompagnavano le loro Miss fino a casa per non lasciarle sole durante il tragitto, preoccupandosi di chiedere se avessero mangiato e offrendogli dolci o altri cibi anche se, forse, li avrebbero desiderati solo per sé. 
Grazie al loro affetto Valencindia avrebbe superato momenti nostalgici e di difficoltà con la preside e le altre volontarie; avrebbe sguinzagliato la sua creatività, divertendosi a creare nuovi copioni per il teatrino dei burattini o cucendo maschere al lume di candela durante i black-out notturni; con il loro sostegno, avrebbe imparato a vivere a stretto contatto con l’ambiente circostante e gli animali, e avrebbe iniziato, finalmente, a rendersi conto della reale importanza dei beni di prima necessità e di quanto sia fondamentale tutelarli, evitando gli sprechi.
Ogni pensiero, ogni sorriso, ogni lacrima fu ed è ancora oggi rivolta ai suoi piccoli grandi amori indiani.
La “gamberetta” si immergerà di nuovo in mare… anche se non potrà fare a meno di chiedersi: «Ma perché tutte le cose belle devono finire?! Forse il compromesso sta nel non rifuggire i cambiamenti e farsi trasportare dal loro flusso proprio come ogni indiano è in grado di fare?».

 

GUARDA IL VIDEO dell'esperienza SVE di VALENCINDIA: http://www.youtube.com/watch?v=mLs9Cz0o83w&feature=youtu.be